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L’assist con la Juve, i gol più belli, gli errori. Tutto Di Michele: “Aliberti frenò mia cessione all’Inter”

Tre stagioni con la maglia granata, 102 partite, tante belle giocate e gol (48) di alta fattura per David Di Michele che rimane sempre acclamato come uno dei migliori giocatori visti all’Arechi. Re David è intervenuto ieri sera sul nostro canale Instagram in diretta per fare un tuffo nel passato, come tutti i giorni alle 19 con gli ex granata. Ha ricordato subito cosa voglia dire la data del 29 novembre 1998: “Il mio primo gol in Serie A, a Milano contro l’Inter. Rubo palla anticipando Winter che mi voleva dribblare, poi davanti a Pagliuca lo supero con il colpo sotto. Lì ci fu grande rammarico perché l’Inter vinse nel lunghissimo recupero con un gol di Zanetti da fuori dopo un fallaccio di Simeone a centrocampo. L’arbitro poi fischiò subito la fine e ci fu un battibecco, prendere un punto sarebbe stato importante“. Immagini indelebili ancora oggi, a distanza di ventidue anni quasi. Quella stagione, nonostante il triste epilogo, fu memorabile per l’ex calciatore romano: “Fu un anno importante, la Salernitana mi diede l’opportunità di giocare e farmi vedere in Serie A e gliene sono grato. Che emozioni all’Arechi, come nella prima gara in casa contro il Milan dove c’erano 40mila spettatori! Avevamo la pelle d’oca e ce l’ho tuttora. Poche volte si possono rivivere quelle emozioni, era anche una prima volta. C’era una bolgia anche nel riscaldamento. Poi vedere uno stadio così ti dà tanta grinta e determinazione perché anche quando sei senza energie un coro o un urlo bastava a ricaricarti le batterie. Il gruppo era di giovani importanti e di grandissime prospettive e anche gli esperti. Eravamo una banda in senso buono, cioè che eravamo tanti e forti ma sapevamo che dovevamo metterci a disposizione l’uno dell’altro. Io ho legato molto con Di Vaio, Gattuso, Giacomo Tedesco e Fresi. Ci divertivamo, oggi quella rosa poteva ambire alle prime sette posizioni, perché poi se vedi i giocatori sono tutti rimasti nel grande calcio“. La delusione di Piacenza-Salernitana è ancora viva. “Eravamo entrambe in lotta con la salvezza, mentre dall’altra parte c’era Perugia-Milan. Sapevamo che dovevamo avere il coltello tra i denti, c’era tanta paura soprattutto da parte nostra, perché loro erano più abituati e avevano anche giocatori importanti, mentre noi eravamo giovani promesse alle prime armi e i più esperti si erano appena affacciati in Serie A. Fummo sfortunati, Fiori fece la partita della vita, ci parò tutto. Dopo il danno ci fu la beffa, con la tragedia del treno. Noi l’abbiamo saputo in pullman, rimanemmo pietrificati. Quando ci sono delle vittime non sai nemmeno come e se dire qualcosa alle famiglie, ci dispiacque tantissimo, andammo tutti ai funerali. Passò in secondo piano la retrocessione, non volevamo che succedesse ma era stata una tragedia che ha segnato tutti. Ai funerali c’era un silenzio incredibile, si percepiva il dolore di tutta la città, nessuno sapeva come comportarsi, anche un mezzo sorriso poteva essere frainteso per menefreghismo, una situazione surreale, stavamo tutti male e ci sentivamo anche in colpa nei confronti dei familiari perché sembrava fosse successo a causa nostra“.

Tra le giocate più belle e importanti in granata ci sono quella del dribbling su Iuliano per l’assist vincente a Di Vaio contro la Juventus, o il pallonetto al Napoli a ferragosto del ’99 in Coppa Italia. “Quello con la Juventus fu uno dei miei assist più importanti, perché vincere in quel modo contro i campioni d’Italia fu una dimostrazione di compattezza di squadra e unione di intenti. Ricordo con affetto quel gol al Napoli, ma ne feci uno bello anche contro l’Alzano”. Nel suo ultimo anno in granata, Di Michele fu protagonista anche di un gesto simile a quanto fatto da Jallow quest’anno durante il match col Crotone. La Salernitana affrontava la Pistoiese: “Fu una partita dura e difficile, venivamo da un periodo complicato e c’erano un po’ di mugugni. Poi c’era un gruppetto che mi ingiuriava, però sul personale non su faccende di campo. Alla fine quando segnai fu un gesto liberatorio, non volevo zittire tutto lo stadio ma solo quel gruppetto. Però a distanza di anni, ma anche subito dopo, ho capito bene l’errore che ho fatto, il tifoso viene allo stadio, paga ed è libero di dire quello che vuole, invece noi dobbiamo fare i professionisti e giocare a calcio. È stato un gesto istintivo che ho pagato sulla mia pelle perché poi il rapporto con la tifoseria si è incrinato. Però poi rimanere a Salerno e fare quello che sapevo far meglio era l’unico modo per ricucire quella ferita, col tempo anche loro capirono l’errore di quel gesto da non far vedere, dato che se per ragazzi come noi potevano essere banali per i tifosi possono essere macigni. E sono orgoglioso di avergli dimostrato chi ero davvero, sul campo e fuori“, ha raccontato con onestà l’ex attaccante. All’epoca, l’allenatore Nedo Sonetti pubblicamente prese le difese del ragazzo e Di Michele che oggi si trova dall’altra parte (guida l’U17 del Frosinone, ndr) farebbe lo stesso: “Se un mio giocatore lo facesse, in sala stampa lo difenderei anch’io, poi una volta soli gli tirerei le orecchie. Perché questi gesti possono essere solo negativi per chi li compie e per il lavoro che faranno. Il rapporto con Sonetti era splendido, io mi misi subito a disposizione e lui mi insegnò tantissimo. Aveva grande esperienza e aveva ottenuto anche risultati importanti. È stato come un padre con me e ha fatto un bellissimo gesto nei miei confronti“.

Se c’è un rammarico nella carriera di Di Michele è di non essersi mai messo alla prova in un grande club. “Potermi confrontare ad altissimi livelli con grandi campioni è il tassello che manca a quello che potevo o non potevo essere. Poteva andare bene o male ma avrei voluto saperlo. Però è mancata la volontà dei presidenti a mandarmi in grandi club. Ad esempio ricordo l’ultimo anno a Salerno, prima della gara contro il Ravenna a gennaio mi chiamò Aliberti per dirmi che il giorno dopo sarebbe stata la mia ultima partita con la Salernitana, era tutto fatto con l’Inter che mi avrebbe girato alla Reggina. Io da una parte ero contento e dall’altra no perché lasciavo una società che mi aveva dato tantissimo, però lo facevo per andare in un club come l’Inter, non in una diretta concorrente o una squadra che rischiava la retrocessione dalla Serie A. Io feci fare anche il trasloco ai miei genitori, poi la domenica vincemmo 1-0 con un mio gol ed ero contento per aver fatto quello che mi aveva chiesto il presidente. Il lunedì andai a Milano per incontrarlo e subito capii che non c’era l’atmosfera che mi aspettavo, Aliberti mi disse che non mi potevano vendere perché aveva ceduto già Vannucchi. Da lì il rapporto si incrinò perché non gli credevo più. Il caso volle che nella partita successiva poi mi infortunai pure, ma quando rientrai feci altri 7 gol“.

Al ritorno dall’infortunio comunque Di Michele tornò in campo e segnò sette gol onorando al meglio la casacca che vestiva, nonostante i dissapori con la dirigenza: “L’anno dopo comunque lasciai la Salernitana perché c’erano state tante situazioni che non mi erano piaciute e la prima era quella. Però ho sempre onorato la maglia perché non era stata la Salernitana a crearmi dei danni, ma solo una persona e cioè il presidente, la città non c’entrava nulla. io poi ci tenevo a fare bene anche perché così mi mettevo in evidenza per gli altri club, quindi per tornaconto personale, ma soprattutto per dovere. Quando uscivo dal campo nessuno poteva recriminare sul mio impegno, mi potevano dire che avevo fatto schifo o che avevo sbagliato dei gol che avrebbero segnato anche loro, ma quelle rimanevano opinioni soggettive. Andai all’Udinese perché fu l’unica a mettere sul piatto un’offerta giusta, mi cercò anche il Milan e di nuovo l’Inter, ma stavolta Aliberti chiese 42 miliardi di lire, e a quel punto l’Inter a cui serviva un giocatore internazionale per la Coppa Uefa prese Roy Keane alla stessa cifra, giustamente. Chiedere 40 miliardi per Di Michele era esagerato: valevo, ma non così tanto“.

Il rapporto con gli allenatori invece è sempre stato buono, anche in stagioni complicate come quella in cui Cagni e Cadregari si sono alternati varie volte: “Cadregari appena arrivato sembrava un allenatore bravo, con grandi idee e gioco, ma non riuscivamo a raccogliere e lui fu il primo a pagare, anche perché la gente si aspettava qualcuno con più esperienza e personalità per ambire a risalire in Serie A. Noi facevamo anche bene le cose che ci chiedeva, ma eravamo anche inesperti e prendevamo tanti gol, questo in B lo paghi anche se segni parecchio. Poi arrivò Cagni, che ci diede continuità, però ci furono dei malumori e in un momento di confusione societario ripresero Cadregari cambiandolo di nuovo dopo una sola partita. Le ritenni decisioni campate in aria che mandano in confusione la squadra e fanno ridere l’Italia, quindi anche la tifoseria si disinnamora della società“.

Secondo Di Michele, la Salernitana di oggi è in buone mani: “Ventura è un allenatore importante, ha avuto una brutta parentesi con la Nazionale, quindi è rimasto per un po’ nell’ombra e ora è dovuto ripartire da zero. Alla Salernitana sta facendo molto bene, ha dimostrato che sa allenare e sa far giocare bene le squadre. A tutti capita una stagione negativa e c’è da dire che con la Nazionale non è mai facile. Mi auguro che possa continuare a far bene per il bene suo e della Salernitana“. E il bene che tutti vogliono per la Salernitana è la massima serie, ma molti sono scettici sulla volontà di Lotito di ottenerlo: “Io non conosco le dinamiche, ma secondo me Lotito è ambizioso e vuole il grande salto, però non è facile. La Serie B è dura, anche se fai tante partite bene e poi ne sbagli tre ti ritrovi nel calderone, ci vuole tanta continuità, programmazione e persone competenti che si relazionano bene con la tifoseria. Bisogna renderla partecipe del momento perché loro ti daranno una grande mano quando serve, perché la tifoseria ti può sia incitare e farti guadagnare punti che contestare e levarti continuità. Poi è giusto dirgli le cose come stanno, perché capiscono la situazione, hanno tanti anni di calcio sulle spalle ed è inutile prenderli in giro“.

Ora l’ex attaccante è fermo a casa a Roma, data la quarantena che ha imposto uno stop definitivo alla stagione del suo Frosinone Under 17: “La situazione a Roma è tranquilla e stabile, si stanno attenendo tutti alle disposizioni del governo e facendo così potremo battere questo virus nel minor tempo possibile. L’esperienza con i giovani è molto positiva, bella e importante. Non me l’aspettavo così emozionante. Magari perché ho un vissuto da calciatore loro mi stanno più a sentire, ma c’è stata subito alchimia e recepiscono a volo tutto quello che gli proponiamo. Questa è la cosa bella, provano sempre a fare quello che gli chiedi. Voglio arrivare nel calcio dei grandi, senza nulla togliere al calcio giovanile che è fondamentale per imparare tante cose. Poi nel parlare con i giovani devi essere molto attento perché rischi di rovinargli la carriera e questo sarebbe grave. Ho creato un bellissimo rapporto con i ragazzi e ne sono fiero, l’allenatore deve essere un amico e un tutore allo stesso tempo e spero che queste regole mi portino ad allenare ad alti livelli. Allenare la Salernitana? Se mi dovessero chiamare ci metterei la firma subito. Poi lavorare in una società dove già mi conoscono mi favorirebbe. Non dimentico gli applausi ricevuti ogni qual volta sono tornato a Salerno da ex. È la cosa più bella che possa succedere all’uomo più che al professionista, perciò li ringrazierò sempre. Purtroppo ho spesso fatto gol da ex ma fa parte del gioco, l’importante è non mancare di rispetto esultando“.

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