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Momento clou: serve lucidità ma manca il pensatore. Castori, perché ora è solo 3-5-2?

Il day after del pari col Vicenza ha un retrogusto amaro, certamente non quello delle prelibatezze dolciarie carnevalesche che in questi giorni affollano le tavole dei tifosi. La squadra di Castori si risveglia risucchiata nel gruppone, senza quelle granitiche certezze che avevano caratterizzato la prima metà di stagione e con i soliti limiti che sembrano d’un tratto tramutatisi in montagne insormontabili.

Se anche dopo un pari interno contro un avversario volenteroso – ma modesto – ci si accorge, tracciando una linea d’onestà intellettuale, di avere molto poco da rimproverare alla squadra allora l’analisi deve necessariamente partire da molto più lontano. Andando a battere sempre sugli stessi tasti dolenti. Che questa Salernitana fosse una squadra bisognosa di abbondanti iniezioni di qualità era cosa nota ed arcinota. In avanti, ma soprattutto a centrocampo dove puntualmente i granata cedono il passo all’avversario di turno. Che si giochi contro le corazzate Monza ed Empoli ma anche con le più abbordabili Pisa e Vicenza il copione è lo stesso: predominio del gioco e del possesso palla saldamente in mano all’avversario di turno. Non aver dotato la squadra di un pensatore, di un regista in grado di velocizzare il gioco sfruttando la corsa degli esterni e gli inserimenti delle mezzali è un grave limite che questa squadra porterà con sé fino al termine della stagione, che rischia di rivelarsi decisivo nell’economia del campionato. Castori ha provato a far leva sulle stesse armi, riscoprendole tutto d’un tratto spuntate. Djuric appare in affanno, spremuto da un massacrante lavoro da centroboa e da qualche piccolo problema fisico che sembra limitarlo nella fluidità di corsa. L’assenza di una credibile alternativa al gigante bosniaco si fa sentire: Kristoffersen, per ora, non è giudicabile. Gondo va a corrente alternata tra poche luci e tante ombre, Tutino è spesso croce e delizia. Lo scugnizzo napoletano ha guadagnato il penalty con mestiere e furbizia salvo poi spedirlo sulla traversa. Un altro pesantissimo errore dagli undici metri, il secondo dopo quello di Djuric a Reggio Calabria.

Un doveroso inciso: a dir poco dubbia l’assegnazione della massima punizione da parte dell’arbitro Camplone di Pescara. L’ingresso del VAR in Serie A ha provocato un generale appiattimento verso il basso delle giacchette nere, rendendo ormai assolutamente fondamentale ed improcrastinabile l’ausilio del supporto tecnologico anche in cadetteria. Fisiologico alzare la voce quando gli episodi accadono a sfavore, ma andrebbe mantenuta una certa lucidità nelle esternazioni evitando di aizzare fantasmi e gridare al complotto al primo torto. Perché la parola finale ce l’ha sempre il campo. Ed il campo racconta di un rendimento della Salernitana deficitario, di un trend in netto ribasso. Senza che a squadra e ad allenatore possano essere additate chissà quali mancanze e responsabilità. Un unico appunto al tecnico marchigiano probabilmente andrebbe mosso, quello di essere monotematico e monocorde nella lettura del match. Dopo la svolta tattica ed il passaggio al definitivo 3-5-2, la Salernitana non ha mai più cambiato spartito, neanche a gara in corso. Il calcio moderno insegna che bisogna essere dinamici e flessibili nelle letture, adattandosi all’avversario, alle situazioni di gioco e di partita. Castori ha deciso di puntare su una sola strada, e fa niente se i risultati sono in calo. Dotarsi di un’alternativa al gioco di sponda su Djuric appare ormai assoluta necessità. Magari cercando di recuperare l’estro di André Anderson, forse l’unico ad aver conferito brio e qualità ad una linea mediana orientata verso la quantità più che alla qualità.

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