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#NonTiScordarDiMe. Sadotti: “Salerno, sud che resta nel cuore. Mio figlio oggi cresce con Pisano”

A cura di Luca Naddeo

Tredici partite con la maglia granata sono state sufficienti a Mirco Sadotti per innamorarsi di Salerno e portare sempre nel suo cuore la Salernitana. Arrivato in prestito dal Milan nell’estate del 1996 insieme al pari ruolo Fabio Moro, il difensore centrale classe 1975 era un giovane di belle speranze che si era da poco affacciato al calcio dei grandi. A distanza di 25 anni, oggi che ha qualche capello bianco (foto in alto) ed è fuori dal mondo del calcio, ha ripercorso la sua carriera ai nostri microfoni.

“Era la prima volta che andavo a giocare al sud. Le mie precedenti esperienze mi avevano portato a Cesena e Venezia. Non potrò mai dimenticare l’affetto ed il calore dei salernitani: ero in città da neanche dieci giorni e le persone già mi riconoscevano per strada o se mi incontravano mentre prendevo un caffè. Mi chiedevo come fosse possibile una cosa del genere, non ero mai sceso in campo eppure sembrava che fossi a Salerno da sempre. – racconta l’ex difensore – Con il passare dei mesi ho compreso la grande attenzione verso i calciatori da parte di tutto l’ambiente, compresi i media. A Salerno si vive la Salernitana 24 ore al giorno e per un giovane calciatore come me quell’esperienza fu di crescita enorme. Ancora oggi sono legato alla città e sono tornato per diversi anni. Avere il mare vicino è qualcosa di speciale e poi ricordo le passeggiate con i compagni sul Corso e sul Lungomare. Salerno è una della città più belle che abbia mai visto”.

Sadotti, aretino, cresce prima come uomo e poi come calciatore a Milanello: “Arrivai al Milan nel 1990 e feci tutta la trafila delle giovanili prima di debuttare in prima squadra. Oltre ad allenarsi, si studiava e lì per la prima volta considerai il calcio non più come hobby. Non potrò mai dimenticare il debutto a San Siro in Coppa Italia contro il Piacenza nel 1993 quando giocai titolare per tutti i 90 minuti a soli 17 anni con campioni del calibro di Maldini, Baresi Tassotti. Mister Capello aveva fiducia in me”. Si tolse lo sfizio di andare in panchina anche una volta in Champions League in un Milan-Copenaghen, poi cominciò la girandola di prestiti: Cesena, Venezia, Salerno, Monza.

La stagione 1996/97 in granata era nata con grandi ambizioni, dopo due quinti posti di fila del cavalluccio, ma purtroppo il campo non confermò le premesse. La Salernitana partì con Franco Colomba. Poi ad inizio girone di ritorno gli subentrò Varrella ed alla fine i granata raggiunsero una stentata salvezza, quella della penultima giornata con la vittoria ai danni del Castel Di Sangro firmata Masinga. “Arrivai in Campania assieme a Moro, con cui avevo condiviso gli anni al Milan e poi successivamente al Monza, ma ricordo bene Masinga e Jansen, i miei ‘vicini’ di spogliatoio. La morte di Phil mi ha colpito tantissimo: era un ragazzo d’oro. Invece Jansen secondo me avrebbe avuto bisogno di qualche altro anno in Italia per conoscere meglio il calcio italiano. Il ricordo più bello di quell’anno? Sicuramente è relativo al presidente Aliberti. Una persona speciale, era come un padre soprattutto per me che ero molto giovane; è stato importante avere lui che nei momenti difficili ci metteva sempre la faccia in prima persona. Indimenticabile anche la cena di Capodanno nella sua residenza di San Giuseppe Vesuviano. Ho avuto la fortuna di giocare con calciatori del calibro di Pisano, Tudisco, Grimaudo, Chimenti per citarne alcuni ed ho avuto un grande mister come Colomba: è una grandissima persona, trasmetteva alla squadra quello che lui era stato da calciatore. Poi venne Varrella che per me resta… un bravo professore. Eravamo una delle squadre più forti del campionato e, a dire il vero, non abbiamo mai avuto paura di rimanere impelagati in zona retrocessione. Quando decidevamo di giocare non c’era squadra che poteva fermarci. Abbiamo fatto delle partite pessime, però strapazzammo all’Arechi il Brescia capolista 4-1. Diciamo che non fu il nostro anno”.

Dopo Salerno, la carriera di Sadotti continuò nel Monza (prossimo avversario dei ragazzi di Castori quando riprenderà il campionato): “Lì disputai i miei migliori anni in B e alla fine del secondo anno vinsi anche il premio come miglior under della cadetteria. Il Monza di oggi è guidato da due persone eccezionali come Berlusconi e Galliani con cui ho avuto rapporti per tanti anni. Stanno facendo le cose in grande e vogliono raggiungere un sogno; se non ci riusciranno quest’anno ci riproveranno sicuramente il prossimo, perchè il progetto è davvero importante. Però oggi vedo i brianzoli come una squadra costruita con troppi galli nel pollaio, mentre al contrario la Salernitana può fare qualcosa di importante ed ha le potenzialità per tornare in A. Ha scalato la classifica con la sua continuità e secondo me, se le porte degli stadi fossero state aperte, a quest’ora sarebbe stata al primo posto. Altro che frase fatta, l’Arechi è davvero il dodicesimo uomo”.

Dopo Monza, l’esperienza poco felice al Lecce in A, poi Pescara ancora in B e la C con Padova, Reggiana, Spal, Montevarchi e Poggibonsi in C2, “dove sono entrato nella storia del club come il il difensore ad avere realizzato più gol con la maglia giallorossa”. Proprio con i giallorossi toscani Sadotti ha chiuso la sua carriera nel 2009. Oggi, come detto, non lavora nel mondo del calcio: “Ho aperto la prima palestra ad Arezzo nel 2002, poi la seconda nel 2007. Nel 2016 ho aperto il mio primo ristorante ed infine nel 2019 il mio secondo ristorante. Oggi il mio mondo è l’imprenditoria e mi ritrovo con ben trenta dipendenti. Purtroppo il mio settore è uno dei più colpiti da questa crisi derivante dalla pandemia. Sto davvero facendo di tutto per mantenere attive le mie aziende: purtroppo ho dovuto chiudere uno dei due ristoranti. Ci sto rimettendo tanto a livello economico, ma non mollo”.

Il ruolo di difensore centrale resta tuttavia nel sangue della famiglia Sadotti. Col papà che ha appeso gli scarpini al chiodo, ad interpretarlo nel calcio moderno ci pensa il figlio, Edoardo: è un classe 2006 alto 1,85 mt che sogna di ripercorrere le orme del padre. “Gioca nelle giovanili della Fiorentina da quando ha undici anni. Gli osservatori della squadra gigliata lo hanno visto in un campetto ad Arezzo e lo scorso anno ha firmato il rinnovo per altri quattro anni. Gioca con i nati nel 2005 e proprio quest’anno sarei dovuto venire a Salerno per accompagnarlo, in quanto le due squadre erano nello stesso girone. Peccato che il Covid abbia bloccato e ridimensionato tutto”, dice Sadotti. Proprio a Firenze, grazie all’attività del figlio, ha ritrovato un vecchio amico: “Nello staff degli osservatori viola c’è Giovanni Pisano, un ragazzo fantastico con cui sono felice di aver condiviso lo spogliatoio; è stato bello rivivere quel periodo in granata. Ricordo ancora che quando arrivai a Salerno, la gente non mi parlava di calcio ma sempre e solo di bomber Pisano come il più grande attaccante della storia del club. Restavo colpito dal modo con cui le persone mi parlavano di Giovanni, sembrava quasi fosse un loro parente. Poi l’ho conosciuto e posso solo confermare le cose che mi dicevano sul suo conto”.

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