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Ribery, fame e amore: “Salerno come casa. Ho ancora voglia di vincere”

Il giro in peschereccio di Franck Ribery inizia dalla stazione marittima di Salerno e va indietro nel tempo fino alla sua infanzia, alla sua città natale Boulogne-sur-Mer. Il campione francese si è concesso alla giornalista Diletta Leotta per una lunga intervista a DAZN, nella quale ha parlato del suo presente, del suo glorioso passato e anche del futuro.

Salerno come la Francia

Il qui ed ora si chiama Salerno, scelta a sorpresa la scorsa estate per continuare la sua parentesi italiana. Ribery parla del rapporto con i tifosi che lo riporta indietro nel tempo: “Mi trovo bene qui a Salerno. È una bella città, si vive per il calcio. Sono contento, facciamo di tutto per i tifosi. Non sapevo dove si trovasse Salerno, ma la gente di qui mi ricorda la Francia. Hanno solo bisogno del calcio, sono passionali, per questo sono venuto qui. Anche se ho vinto tutto in carriera ho scelto questa avventura. Vivo per il calcio. Qui mi sento a casa, Salerno mi ricorda Marsiglia per mentalità e per i luoghi. C’è il sole, il mare, si sta bene. Prima di andare a fare allenamento spesso passo in macchina in centro, i tifosi mi fermano. Si vede che sono contenti e felici. Nell’Arechi i tifosi sono molto vicini ai giocatori, dal primo all’ultimo minuto si sentono. Loro fanno tanti sacrifici economici per andare allo stadio, io vivo queste cose e do il massimo per loro. C’è un bel rapporto, se vinciamo, se segniamo, se diamo tutto possiamo andare felici a casa. Il giorno dopo tutti parlano della partita, sono dettagli ma ti fanno capire cos’è questa squadra per i tifosi. Quando perdiamo io torno a casa e sto male, perché so quanto loro quanto tengano alla Salernitana”.

Il tempo passa ma il campione resta

La cartà d’identità di FR7 dice 39 anni, il fisico non è più quello di prima ma la mentalità vincente resta immutata. Una mentalità da trasmettere anche ai più giovani: “Dopo venti anni di carriera gli acciacchi si sentono, ho corso e giocato tanto. La passione, la mentalità e la fame sono dentro, non corro più come prima, ma ho queste cose. Io rispetto la maglietta, a fine partita e a fine allenamento deve essere sudata. Io sono contento anche di allenarmi. Voglio vincere anche nelle partitelle con i compagni, è la mentalità, è fondamentale. Il rapporto con i tifosi l’ho sempre sentito, mi ha dato grande forza e motivazione. Mi piace dare il massimo e questo conta per me, questi piccoli dettagli, l’essere vicino ai tifosi fa la differenza nel lavorare per il nostro obiettivo. I calciatori giovani e intelligenti devono avere voglia di lavorare, la fame; ne ho conosciuti tanti con talento, ai quali mancava però la grinta. Voglio bene ai giovani e voglio che un giorno siano grandi, ho conosciuto a 16 anni David Alaba che oggi è un campione. Gli dissi di pensare al lavoro, al sacrificio, non alla macchina, all’orologio. Col lavoro e la voglia queste cose arrivano. Lui è stato intelligente ed ha vinto tanto. Ho conosciuto Vlahovic, è un ragazzo con grande mentalità, lavora tanto. Sono stato giovane anche io e ho lavorato con calciatori di oltre trenta anni come Zidane e Thuram, io guardavo come si comportavano. Il calcio di ora è diverso, spesso va veloce per i giovani. Da giovane io non avevo nulla, i giovani di ora hanno tutto, auto, soldi, a volte si perdono i valori della vita. Thuram mi disse che il calcio va veloce, io non ci credevo a 24 anni. Poi in un nulla ti ritrovi a 38 anni. Bisogna godersi tutto”.

Smettere? No grazie

L’ex Bayern ha ancora la testa al campo: “Mi piacerebbe allenare quando smetto. Non ci sto pensando perché sto bene e voglio giocare ancora, non so cosa succederà l’anno prossimo. Sento di poter dare ancora tanto in campo. Mi piace stare vicino ai giocatori, quindi mi vedrei bene a fare l’allenatore – spiega Franck – A Firenze e Salerno sono stato molto vicino ai calciatori, sto iniziando già in campo”. Da tre anni in Italia Ribery sta apprezzando molto il nostro paese: “L’Italia è bella per la gente, per le piccole cose; il vostro paese mi piace molto. La standing ovation di San Siro è stata bellissima, quello stadio ha conosciuto tanti campioni e l’applauso mi ha toccato tanto. Un momento che non dimenticherò. La Coppa del Mondo senza l’Italia è davvero un peccato, ma sono cose che capitano. Bisogna guardare avanti, è difficile per la gente e per i giocatori. L’Italia resta una grande squadra e una grande nazione, si rialzerà. A Monaco però mi sento a casa, forse più lì che in Francia”.

Fede e famiglia, il Franck uomo

Alla fine il 7 granata parla anche un po’ di sé, della sua generosità in campo, della fede, della famiglia e dei sacrifici fatti per arrivare in alto: “Mi piace fare gli assist. Sento le persone che dicono di calciare in porta, ma mi piace vedere i miei compagni contenti e aiutarli. Quando vieni dal basso hai un sogno, non avrei mai immaginato di giocare con Zidane. Nel 1998 festeggiavo il Mondiale in strada come tutti, pochi anni dopo ero con loro in campo. L’anno 2012, quando abbiamo perso tutto col Bayern, Coppa di Germania, campionato e Champions, è stata davvero dura. Ma l’anno dopo abbiamo vinto tutto, questo è il bello del calcio. Quando ci credi e fai sacrifici, si arriva sempre agli obiettivi. Se potessi tornare indietro tornerei nel mio quartiere, a giocare nel campetto fino alle 3 del mattino. Mi vengono i brividi se ci penso. Ho pensato anche di lasciare il calcio a 17 anni, ero andato a lavorare con mio padre. Giocavo in serie C, nel sud della Francia, la società non aveva soldi. Ho dovuto lavorare per pagare i debiti. Abbiamo smesso prima della fine del campionato. Poi ho fatto dei provini ed è andata bene. È stata una cosa formativa, quando vuoi qualcosa non devi aspettare gli altri, devi fare da solo e fare dei sacrifici. L’essere musulmani è un rapporto con Dio, lo senti dentro spontaneamente. “Elhamdoulillah” vuol dire tutto bene, quando le cose non vanno bene si dice quello. Non bisogna dirlo solo quando tutto va bene, ma anche quanto tutto va male. La famiglia mi manca, ma sono abituato a stare lontano. Bisogna fare dei sacrifici però perché dopo c’è un’altra vita. Prima di venire qui ho parlato con i miei figli e loro hanno deciso. Era importante farli sentire importanti. Mio figlio Saif gioca col numero sette, ma è mancino. Gioca nel Bayern, è innamorato del calcio, speriamo che si divertirà e sarà felice. L’ho sempre portato con me e ha capito come funziona il calcio. Sono il suo eroe, è triste perché non ci sono”.

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