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Tra incubi e speranze, una torcida destinata sempre a soffrire: tifosi esigono rispetto e chiarezza

La lunga attesa, l’angoscia, la deadline che si avvicina, l’intervento mediaticamente rumoroso ma mai risolutivo delle istituzioni locali, la paura di sparire nuovamente dal panorama calcistico italiano: ecco le sensazioni che riaffiorano nell’animo dei tifosi della Salernitana, come una vecchia cicatrice che si riapre, con quel gusto amaro che torna tristemente familiare.

Dal 2005, anno di fallimento della Salernitana Sport di Aniello Aliberti, per ben due volte i tifosi granata hanno fatto i conti con tentativi maldestri ed infruttuosi di salvare il destino della “Bersagliera” e con un tessuto economico locale incapace di produrre imprenditori disposti ad investire nel calcio cittadino. C’è invece la fila se parliamo di personaggi pronti a farsi pubblicità sulla pelle della Salernitana e dei suoi tifosi, emergendo dalle paludi stagnanti della finanza creativa e riempiendo le colonne dei quotidiani sportivi per i canonici quindici minuti di celebrità che non avrebbero ottenuto diversamente, vista la pochezza delle società che rappresentano. Ergendosi a novelli “mecenati” e salvatori della patria, promettono sapendo di non poter mantenere, sfruttano l’onda mediatica e alimentano la speranza di una tifoseria che ha sempre ricevuto meno di quanto abbia dato in termini di calore e colore, di presenza e sostanza, in casa e fuori.

Riconosciuta a livello nazionale come una delle più “sudamericane” e coinvolgenti “torcide”, la tifoseria è l’unica componente a Salerno che merita un’occasione vera e migliore nel massimo campionato. Anche ieri, con la tensione che si tagliava a fette, l’attesa delle decisioni Figc è filata via con grande compostezza. E invece cu si ritrova ad un passo dal raccogliere i pezzi dell’ennesimo giocattolo rotto con un epilogo che riserverà una salvezza in extremis, affannosa, palpitante. Oppure potrà essere tremendamente simile a quello del 2005 e del 2011, seppur con premesse completamente diverse. Perché questa volta non c’è stata una breve e torrida estate a dividere la Salernitana dall’abisso ma sette lunghi mesi, quelli intercorsi tra la promozione in massima serie di maggio scorso e il 31 dicembre, divenuta ora scadenza non prorogabile con lo spettro di vedersi di colpo cancellati da una classifica già orribile e da uno dei campionati più seguiti a livello mondiale.

Perché di proroghe e di deroghe questa società ne ha ricevute già abbastanza negli ultimi 10 anni, al punto da indispettire gli amanti di una visione più romantica di questo sport, oltre che la folta schiera dei nemici di sempre dei colori granata, uniti nelle accuse più o meno velate di soluzioni all’italiana e di “pezze a colori” piazzate di volta in volta per favorire Claudio Lotito. A cominciare dalla promozione dal dilettantismo alla ormai defunta C2, passaggio cruciale perché in grado di introdurre per la prima volta una seconda entità nel calcio professionistico. Era il 2012, e si iniziò a parlare per la prima volta di “multiproprietà”. La Salernitana, ripresi segni distintivi e colori sociali, fu iscritta appunto in deroga, con la giustificazione che nello sport non può essere punito chi vince sul campo. Ed in pochi si chiesero cosa sarebbe successo se la scalata dei granata fosse proseguita fino alla stessa categoria della Lazio, che nel frattempo girava a frotte giovani di belle speranze all’ombra dell’Arechi. Vuoi per l’abitudine tutta italiana di nascondere la polvere sotto al tappeto, vuoi per l’altrettanto odiosa tendenza della politica a rimandare a domani i problemi che non si è in grado di risolvere oggi. Alla luce di quanto sta avvenendo, fa rabbia ripensare al ritornello del “falso problema”, recitato come una ninna nanna per sopire le sirene dei tifosi definiti all’epoca pessimisti ma a cui andrebbe umilmente chiesto perdono, col senno di poi. Il problema c’è, eccome, e si innesta in un braccio di ferro già teso come quello esistente tra la FIGC e Claudio Lotito. Che comunque non può dire di non aver goduto di un trattamento di favore, vista l’approvazione della soluzione Trust, vista la regolare iscrizione della Salernitana al torneo di Serie A, visto il tempo messo a disposizione per trovare acquirenti. Il Consiglio Federale ha detto no ad un’estensione della soluzione trust fino al 30 giugno, vietando alla Salernitana la possibilità di completare tutto un torneo senza una proprietà definita, generando così un precedente che potrebbe ripetersi in futuro a Bari o a Mantova.

In nove giorni bisogna riuscire in un’impresa fallita in sette mesi. Con una situazione di classifica complicata ed una squadra che non ha il morale che aveva ai nastri di partenza. Dopo la promozione, la Salernitana si è ritrovata sulle pagine della stampa nazionale solo per la questione multiproprietà oltre che per i roboanti passivi incassati a ripetizione. Ma in tutto ciò l’unica componente – lo dicevamo – che si è distinta in positivo è la tifoseria. Che non ha mai smesso di sostenere la squadra nemmeno quando era sotto di 4 reti in casa e si è presentata compatta e numerosa nelle trasferte più complesse. E adesso chiede rispetto e chiarezza. Che devono coincidere anche sempre con solidità economica o patrimoniale. Perché è vero che negli ultimi dieci anni gli stipendi sono stati pagati regolarmente e l’unico tema estivo era il calciomercato, ma la scintilla definitiva tra società e tifosi non è mai scoccata, con la dirigenza spesso impegnata a bacchettare i salernitani per il numero di presenze nelle gare di terza e quarta serie.

Una volta in B, il terreno di contesa si è spostato sul “galleggiamento” e sull’allestimento della rosa competitiva per il raggiungimento del massimo risultato sportivo possibile. Sullo sfondo lo spauracchio della concreta sua realizzazione, in virtù della presenza della Lazio in Serie A. Rispetto e chiarezza. Una ricetta semplice, che ha rappresentato la formula magica di chi ha scritto le pagine più belle della storia granata. I tifosi salernitani sono stanchi di soffrire e se hanno maturato una fisiologica diffidenza è perché hanno incassato troppi colpi nel passato recente. La cicatrice è lì pronta a riaprirsi ed a sanguinare ancora. Dilapidando un patrimonio di passione e allontanando da quei gradoni i supporters delle prossime generazioni.

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